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articoli storici : Il metodo...
Mercoledì, 14 Dicembre 2005 - 19:32 - 10392 Letture
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“[..] Il futuro è l’orizzonte dei problemi; il passato la terraferma dei metodi, delle strade che crediamo di avere ben certe sotto i nostri piedi. Pensi, caro amico, alla terribile condizione dell’uomo per il quale, all’improvviso, il passato, le certezze, diventano instabili, un abisso. Prima, il pericolo pareva trovarsi soltanto di fronte a lui; ora è anche alle sue spalle e sotto i suoi piedi.

Non sta succedendo anche a noi qualcosa di simile? Credevamo di essere eredi di un magnifico passato e di poter vivere di rendita. Nel momento in cui il futuro ci incalza più fortemente rispetto alle ultime generazioni, ci voltiamo indietro cercando, come eravamo soliti, le armi tradizionali; ma impugnandoli ci rendiamo conto che sono spade di canna, gesti insufficienti, attrezzo scenico che si rompe nell’impatto col bronzo dei nostri problemi. E improvvisamente ci sentiamo diseredati, senza tradizione, indigenti, come neonati senza predecessori.. [..]

Nel momento del pericolo la vita scrolla via tutto ciò che vi è di inessenziale e cerca di spogliarsi, di ridursi al puro nervo, al puro muscolo. Qui sta la radice da cui può venire la salvezza dell’Europa, nella contrazione all’essenziale. La vita è in sé stessa e sempre un naufragio. Naufragare non è affogare. Il poveretto, sentendo che s’immerge nell’abisso, agita le braccia per mantenersi a galla. Il movimento delle braccia col quale reagisce alla propria perdizione è la cultura- un moto natatorio.

Quando la cultura non è che questo, realizza il suo significato e l’umano si eleva sul proprio abisso. Dieci secoli di continuità culturale producono, però, tra i tanti vantaggi, anche il grande inconveniente della sicurezza dell’uomo, la perdita di emozione del naufragio, e la cultura si gonfia di opere parassitarie e linfatiche. Deve, quindi, sopraggiungere una qualche discontinuità che rinnovi nell’uomo la sensazione dello smarrimento, vera sostanza della sua vita. Occorre che gli vengano meno tutti gli strumenti per galleggiare, che non trovi nulla a cui aggrapparsi. Allora le sue braccia si agiteranno di nuovo in modo salvifico. La coscienza del naufragio, essendo la verità, è già la salvezza. Per questo motivo io credo soltanto ai pensieri dei naufraghi. [..]”

Da un articolo di José Ortega y Gasset, pubblicato nel 1932 su una rivista tedesca, Die Neue Rundschau, riportato da La Repubblica il 26 novembre 2003 a pag 40.


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