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Andare dove è nata la Costituzione
Domenica, 30 Aprile 2006 - 09:34 - 4515 Letture
«Ci sono tre momenti indissolubili nella nostra storia: il primo è il no alla dittatura fascista e quindi la Resistenza con tutti coloro che sono morti per la libertà; il secondo è la Repubblica e il terzo è la Costituzione. Questi tre momenti sono indissolubili a condizione che si riconosca che la Resistenza è la radice primaria da cui sono nate la Repubblica e la Carta Costituzionale»
Oscar Luigi Scalfaro, discorso a Bari per il 60esimo della Liberazione, Ansa 11 febbraio 2005


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L'Appennino Tosco – Romagnolo e la Resistenza
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In Romagna, come nel resto del Paese, nelle giornate immediatamente successive l’8 settembre 1943, i partiti antifascisti costituirono i Comitati di Liberazione Nazionale e crearono le formazioni partigiane.

Quelle di primo piano per dimensione e dinamismo furono l’8° brigata Garibaldi “Romagna”, il battaglione Corbari attivo nelle colline fra Forlì e Faenza e la 36° brigata Bianconcini che copriva l’alto imolese. Inoltre, in pianura e nelle città, operarono, nel forlivese la 29° brigata Gap (Gruppi di azione patriottica) “Gastone Sozzi”, e la 28° brigata Garibaldi “Mario Gordini; nel ravennate. Fu anche attivo il gruppo “Giuseppe Mazzini” nelle colline del cesenate.

Nell’area dove oggi si estende la parte forlivese del Parco nazionale foreste casentinesi monte Falterona Campigna operò continuativamente l’8° brigata Garibaldi “Romagna”.
Delle 12.246 famiglie con 62.427 componenti che negli anni ’40 abitavano la montagna forlivese, 7.409 con 44.437 componenti erano dedite all’agricoltura e per lo più residenti in case sparse raggiungibili solo per mezzo d’impervie mulattiere. 4.139 erano famiglie mezzadrili (29.461 componenti), 1.240 erano le famiglie che coltivavano direttamente la terra (6.866 componenti), 1.832 famiglie di braccianti (7.200 componenti).
Fin dalle giornate successive l’8 settembre 1943 i contadini che abitavano la zona furono ospitali nei confronti dei militari che cercavano di raggiungere le loro case, fornendogli alimenti e abiti civili, e nei confronti dei soldati delle truppe alleate fuggiti dai campi di concentramento. Alla Seghettina trovarono rifugio numerosi ufficiali inglesi, tra i quali diversi generali che si ricongiunsero con i loro eserciti grazie al sostegno della popolazione e all’aiuto degli antifascisti.

Già alla fine dell’ottobre 1943 uno dei due gruppi che costituivano l’8° brigata, quello operante nella Vallata del Bidente e insediato a Val di Chiara, fu attaccato dai tedeschi. Il 16 novembre 1943 fu la volta della base di Pieve di Rivoschio dove si erano portati anche i partigiani, non sbandatisi, della base di Val di Chiara. Oltre venti abitanti furono arrestati e il parroco deportato in campo di concentramento. Il distaccamento partigiano, grazie all’aiuto dei giovani del posto, potè sganciarsi e si trasferì nella<b< zona di Galeata, alla Collinaccia, dove, ai primi di dicembre, procedette ad una migliore organizzazione e strutturazione. Successivamente collocò le proprie basi nella zona di Pian del Grado, Corniolo, Biserno, Poggio la Lastra, Strabattenza, Ridracoli.

Nella primavera del 1944 i tedeschi, in previsione della ripresa delle attività militari (“il fronte” era allora fermo sulla Linea Gustav, linea difensiva tedesca che “tagliava” l’Italia dal Tirreno all’Adriatico nel suo punto più stretto), iniziarono una vasta offensiva contro il movimento partigiano italiano per dare sicurezza alle vie di rifornimento. Le formazioni partigiane romagnole e toscane che operavano nell’Appennino tosco-romagnolo dovevano essere annientate. Qui i tedeschi, sfruttando la particolare conformazione del terreno volevano costruire la “Linea Gotica” uno sbarramento difensivo che correva da La Spezia a Pesaro, sul quale i tedeschi dovevano attestarsi una volta perse le posizioni sulla Linea Gustav.
Reparti specializzati e già sperimentati su altri fronti compirono sin dall’inizio del rastrellamento, soprattutto sul versante toscano, numerosi eccidi contro la popolazione civile per togliere ai partigiani l’appoggio degli abitanti le zone montane come a Vallucciole (108 civili uccisi), a San Martino di Castagno (18 civili), a Partina (29 civili e sette partigiani), al cimitero di Stia (17 partigiani).
Il più pesante rastrellamento contro l’8° brigata Garibaldi avvenne nel periodo compreso tra il 6 e il 25 aprile 1944. Il primo scontro di particolare rilievo avvenne a Fragheto (in provincia di Pesaro) fra sei distaccamenti partigiani e tre battaglioni nazifascisti. Dopo tre ore di combattimento i tedeschi lasciarono sul terreno decine di morti e feriti, mentre i reparti partigiani contarono quattro morti e due feriti. Il 12 aprile partì una seconda e più massiccia fase del rastrellamento che continuò per 15 giorni. Tra i vari scontri un posto di primo piano spetta alla battaglia di Biserno. Durante questo periodo fu bombardata la foresta di Campigna nella quale i tedeschi non azzardarono addentrarsi. Il rastrellamento si concluse con un pesantissimo bilancio per i partigiani: circa duecento furono le perdite tra morti, feriti, deportati e catturati.

Fu proprio nel difficile periodo seguito al rastrellamento d’aprile che Iris Versari e Silvio Corbari, la sera del 23 maggio nei pressi di Predappio Alta, attrassero in un tranello e uccisero il consolde della milizia Gustavo Marabini. L’azione consolidò il mito di Corbari, la “voce” popolare lo faceva presente ovunque e ne ingigantiva le azioni. La formazione partigiana divenuta famosa per le gesta di Corbari, operò nella zona dell’Alta Valle del Montone, Tredozio e Modigliana ed ebbe origine dal gruppo di giovani di Faenza portatisi subito dopo l’8 settembre 1943 alle sorgenti del fiume Samoggia, autore, nell’ottobre 1943, dell’assalto a numerose caserme dei carabinieri. Successivamente una parte del gruppo, fra questi Corbari, si spostò nella zona di Tredozio a Ca Morelli presso Iris Versari animatrice dei partigiani locali. Il 10 gennaio 1944 occuparono Tredozio. Nella notte del 20 gennaio una colonna, formata da soldati tedeschi e militi della Gnr (Guardia nazionale repubblicana), mosse contro Ca Morelli sorprendendo i partigiani che vi alloggiavano. Tre rimasero uccisi gli altri venti furono catturati. Inviati al carcere di Bologna, sette furono condannati a morte e nell’aprile 1944 fucilati a Verona. In dodici, fra loro Versari e Corbari, impegnati nella difesa di Tredozio si salvarono. Il gruppo si collegò con l’ORI (Organizzazione Resistenza Italiana) che gli permise di avere, nel mese di luglio, un lancio d’armi e materiali da parte degli Alleati sul Monte Lavane, dove sostennero un duro combattimento con i tedeschi.

Dopo aver inferto duri colpi all’8° brigata i tedeschi iniziarono i lavori per la fortificazione della “Linea Gotica”. Dal mese di maggio del 1944 fu un gran fermento d’attività nell’Appennino, con una particolare attenzione alle vie d’accesso storiche tra Toscana e Romagna fra le quali il Passo dei Mandrioli sulla linea Cesena- Arezzo e il Passo del Muraglione sull’asse Firenze-Forlì. Tutta la zona compresa tra i due passi, con un ruolo centrale assegnato all’area di Campigna e Monte Falterona, fu occupata e attrezzata per far fronte ad un’attività militare anche di lunga durata e un’intera comunità quella di Castagno d’Andrea evacuata. Ancora oggi la zona conserva, ormai inserite nel ricco patrimonio ambientale del Parco Nazionale, frequenti tracce di quest’attività: trincee, buche, rifugi, piazzole.

I tedeschi affidarono la realizzazione dell’opera alla Todt, struttura nazista che reclutava manodopera per provvedere ai lavori di carattere militare.
Migliaia di civili, spesso arruolati coercitivamente, furono impegnati nella costruzione di questo complesso di fortificazioni nel crinale tosco-romagnolo. Per sorvegliare questa massa d’obbligati al lavoro, limitarne i frequenti sabotaggi e impedire che le azioni partigiane liberassero i lavoratori e distruggessero le fortificazioni, i tedeschi furono costretti a schierare costantemente, sottraendoli al fronte, migliaia di soldati.
In questa situazione di forte presenza tedesca, in una zona ritenuta strategica per l’intero schieramento militare germanico, si organizzò e combattè dal maggio all’ottobre 1944 l’8° brigata Garibaldi “Romagna”.
Dopo i duri e sanguinosi combattimenti d’aprile la brigata si riorganizzò con nuovi criteri per evitare che i rastrellamenti distruggessero la forza partigiana. Il territorio fu diviso in due ampie zone in ciascuna delle quali operarono due battaglioni con un’autonomia decisionale per gli aspetti logistici e militari. Il Comando fissò la propria sede a Pieve di Rivoschio. L’insieme dei provvedimenti diede all’8° brigata una forte capacità militare e solidi legami con la popolazione. Gli effettivi crebbero da 150 del mese di maggio ad oltre 600 in luglio. La verifica dell’efficienza delle formazioni militari e dei legami con la popolazione si ebbe nel corso dei numerosi rastrellamenti che si susseguirono nei mesi di luglio, agosto e settembre. Nonostante l’impiego massiccio di truppe anche provenienti dal vicino di guerra, i rastrellamenti non riuscirono a disgregare la brigata nè a spezzare – nonostante i numerosi ed efferati eccidi attuati per rappresaglia – il legame con la popolazione. Suddivisi in distaccamenti di 33 uomini a loro volta ripartiti in squadre di 10, i partigiani vivevano acquartierati nelle case dei contadini spostandosi frequentemente per non mettere in pericolo le famiglie ospitanti. Staffette garantivano il collegamento tra le case dove erano le squadre, tra i distaccamenti, posti a notevole distanza l’uno dall’altro ma sempre in stretto contatto, tra i distaccamenti e il comando di battaglione, di zona e di brigata a Pieve di Rivoschio. Ore e ore di cammino lungo i sentieri per mantenere i contatti, ispezionare la zona, organizzare le azioni, per tenersi in allenamento, per conoscere bene il sentiero, ogni possibile nascondiglio, rifugio, per rapidamente mimetizzarsi in esso in caso di pericolo. Ore di cammino, la notte, per chi doveva portarsi sul luogo dell’azione, dell’imboscata ai tedeschi che con l’oscurità iniziavano i loro spostamenti al sicuro dall’aviazione alleata. Lungo i sentieri vi sono luoghi dove avvennero fatti particolarmente importanti ora segnalati da apposite tabelle. Nei sentieri del parco accaddero episodi molto importanti per i singoli che li vissero. Raccontati nelle loro testimonianze, non possono essere segnalati ma facilmente immaginati da chi oggi ripercorre i sentieri.

Per rompere questa stretta compenetrazione tra ambiente, popolazione e partigiani e tra formazioni partigiane romagnole e toscane, per ottenere informazioni e fare il deserto attorno ai partigiani, i nazifascisti attuarono una strategia di terrore verso la popolazione civile. L’estate del 1944 fu tragicamente segnata da un’impressionante serie d’eccidi. In soli cinque giorni dal 22 al 26 luglio, al di fuori delle azioni di rastrellamento effettuate tra il 17 e il 21 luglio e prima di quelle d’agosto nel corso delle quali i tedeschi uccisero decine di tedeschi, si ebbero l’eccidio di Tavolicci (22 luglio) con l’uccisione di 64 persone: 20 uomini, 25 donne e 19 bambini; del Carnaio 25 luglio con 27 persone uccise; di Pievequinta (26 luglio) con dieci fucilati.
In agosto, il 18, furono catturati, a Ca Cornio (Tredozio), Silvio Corbari, Iris Versari, Arturo Spazzoli, Adriano Casadei. Già morti o gravemente feriti furono portati nella piazza di Castrocaro e impiccati. Trasportati a Forlì, furono nuovamente impiccati in Piazza Saffi.

Nel mese d’agosto, le truppe alleate si trovarono a ridosso della Linea Gotica, pronte a sferrare l’offensiva. Nella provincia di Forlì l’attacco fu portato dall’8° Armata britannica che era composta di cinque divisioni del 5° Corpo d’armata britannico, due divisioni canadesi, due divisioni polacche e una divisione indiana.
Sulla Linea Gotica, in posizione difensiva, c’era l’esercito tedesco con le truppe del 51° Corpo d’armata di montagna e nella media collina e in pianura il 76° Corpo d’armata corazzato.
Il 25 agosto cominciò l’azione alleata per sfondare la “Gotica” nella zona adriatica, fra Pesaro e Cattolica. Il 1° settembre, l’obiettivo era stato raggiunto e da questo momento il fronte di guerra ebbe come principale teatro la Romagna. Le eccessive piogge, i fiumi in piena, il cattivo stato delle vie di comunicazione e le particolari condizioni del terreno, caratterizzato da ostacoli naturali rallentarono le operazioni sconvolgendo i piani degli alleati che, dopo l’ingresso nella pianura padana, avevano immaginato una avanzata veloce.

La guerra nel territorio forlivese si protrasse sino al 9 novembre 1944.
Nel mese di settembre a San Piero in Bagno avvenne il primo contatto tra l’8° brigata Garibaldi e gli Alleati. L’8° brigata fu inserita nel dispositivo militare delle truppe avanzanti. Il Comando s’insediò a San Piero in Bagno, i partigiani dei quattro battaglioni si schierarono sulla linea del fronte insieme ai reparti alleati. Conoscitori del terreno e delle postazioni tedesche le resero particolarmente vulnerabili contribuendo in modo fondamentale all’avanzata degli alleati. I partigiani liberarono Santa Sofia e gli altri paesi della Vallata del Bidente sino a Meldola. Ai primi di novembre si spinsero nelle immediate vicinanze di Forlì, ma furono costretti a rientrare a Meldola, perchè non sostenuti dagli Alleati che per motivi politici e di prestigio non ritenevano opportuno consentire all’8°brigata di partecipare alla liberazione di Forlì.
Una porzione di territorio, grande o piccola che sia, è un insieme di segni che un camminatore attento e sensibile (non portato cioè a concepire il trekking solo come pratica sportiva) può, di volta in volta, leggere e interpretare. Segni che si sono via via accumulati e sedimentati dai primi insediamenti antropici ad oggi. L’evoluzione di questi segni è il sale del camminare in natura. I segni che l’uomo ha lasciato quando strappava letteralmente alla natura la terra da coltivare: i muretti a secco, i filari, le siepi e, soprattutto le pavimentazioni lastricate delle mulattiere che, in una rete mai casuale, collegavano case, poderi, nuclei, frazioni. Poi i segni più evoluti come i cippi di confine, le croci, la maestà (momenti questi di pietà, ex voto e presenza rassicurante per l’orientamento del viandante), i ponti e i mulini.

Si parte dalla piccola frazione Biserno (Comune di Santa Sofia) teatro, il 12 aprile 1944, di uno degli scontri più cruenti dell’appennino, dove la terra avara di contadini e boscaioli fu bagnata dal sangue di giovanissimi patrioti. Dodici partigiani dell’8° brigata Garibaldi si sacrificarono per salvare il resto della formazione accerchiata dalle truppe della divisione Hermann Goering e dai reparti delle SS e della GNR che volevano ripulire le adiacenze della Linea Gotica dai “ribelli”.

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